Scena sulla negoziazione: Un uomo tutto d’un pezzo… ovvero, la recensione de Il Ponte delle Spie

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Di Stefano Cera

Per un laureato in Scienze Politiche ed appassionato di negoziazione come me, il periodo della Guerra Fredda non poteva non essere uno dei miei preferiti del ’900. E ciò per diversi motivi: per gli aspetti “strategici” della dissuasione nucleare (ben rappresentati da Thomas Schelling nel suo volume “La strategia del conflitto”), le continue trattative per definire e ridefinire i ruoli di nazioni e uomini all’interno dei due schieramenti e le attività “dietro le quinte” che hanno condizionato decenni di storia dell’umanità, a partire dalla fine della seconda Guerra Mondiale.

Ed è proprio una di queste trattative che viene descritta nel film “Il Ponte delle Spie” (Bridge of spies), l’ultima produzione di Steven Spielberg, con la partecipazione alla sceneggiatura di due maestri come i Fratelli Coen. Il film è uno dei miei preferiti di questa stagione, perché oltre ad avere la grande prova (l’ennesima) di un grandissimo attore come Tom Hanks, è anche un piccolo-grande manuale di tecniche di negoziazione e, quindi, rientra “di diritto” nel novero dei migliori film sul tema.

Un uomo solo contro tutti

Il film descrive la storia di “un eroe per caso”, l’avvocato esperto di diritto delle assicurazioni, James Donovan (interpretato appunto da Tom Hanks) che, alla fine degli anni ’50, si ritrova, suo malgrado, a difendere un uomo (Rudolf Abel) accusato di essere una spia sovietica. Essere una spia in un mondo ormai alle porte della Guerra Fredda era probabilmente uno dei crimini peggiori e Donovan sa bene che la vicenda gli costerà parecchio (“Mi odieranno tutti, però almeno perderò”, osserva con autoironia l’avvocato al momento di assumere l’incarico), tuttavia accetta in nome del suo senso di giustizia e perché ognuno merita una difesa che sia piena e competente.

Questa è la vicenda che copre la prima parte della vicenda, nella quale il protagonista si muove con grande difficoltà per il clima di aperta ostilità che si crea intorno a lui. Vedendo il film, il pensiero che mi è venuto in mente a proposito di queste difficoltà è stato: “chi non è con noi, è contro di noi”. Il nemico, quando viene percepito come tale, perde ogni diritto, compreso quello di essere difeso, in nome di quella legalità e rispetto della Costituzione, che rappresenta uno dei cardini del sistema americano ed a cui l’avvocato Donovan si “aggrappa” scrupolosamente e coscienziosamente.

Ed in tal senso il film mostra bene il clima che si respira negli USA (usciti da poco dal periodo di “caccia alle streghe” vissuto durante il Maccartismo) e, tutto sommato, in tutto l’Occidente, tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60. Un clima di sospetto, chiusura ed ostilità non solo verso l’Unione Sovietica, ma anche verso chi cerca di fare, semplicemente, il proprio lavoro, sperando di farlo al meglio, nell’interesse del cliente che rappresenta e dei valori in cui crede fermamente.

Alcune scene sono significative in tal senso: quella della metro, ad es., in cui Donovan viene riconosciuto da alcune persone e tutti lo guardano con grande ostilità. Oppure, quella in cui uno dei soci del suo studio cerca in tutti i modi di spingere Donovan a non presentare ricorso alla Corte Suprema. In fin dei conti era già sufficiente, per l’immagine internazionale degli USA, che la spia sovietica fosse stata difesa e con competenza. Infine, il momento in cui alcuni sparano colpi (di avvertimento?) in casa dell’avvocato, spaventando lui e la famiglia. Uno dei poliziotti che interviene subito dopo attacca l’avvocato e, di fatto, “giustifica” quanto accaduto.

Ciononostante, Donovan va avanti per la sua strada ed anzi riesce ad ottenere un grande risultato (una condanna a trenta anni di carcere quando la richiesta del Pubblico Ministero era stata la condanna a morte). Un uomo solo, contro tutti, che vede in Abel non una spia ma, semplicemente, una persona. Apprezzandone lo stile e la calma serafica, nonostante rischiasse l’esecuzione capitale, sempre e comunque. “Un uomo tutto d’un pezzo” (“Stoikchevolek”, in russo), appunto… come gli ricorda Abel, in due momenti diversi della vicenda. Non è una storia di amicizia tra l’avvocato ed il suo assistito, questo no, tuttavia un rapporto che si sviluppa su un grande rispetto reciproco.

Al servizio della CIA

Storia finita? Per niente, anzi è solo l’inizio. Infatti, in virtù dell’ottimo lavoro svolto, Donovan viene incaricato dalla CIA (Central Intelligence Agency) di gestire una situazione ancora più delicata. Infatti, il pilota di un aereo-spia U2, Francis Gary Powers, viene catturato dai sovietici e Donovan viene chiamato per gestire la trattativa in vista del delicato “scambio” di prigionieri (Abel e Powers) tra americani e sovietici. Tuttavia, senza la possibilità di avere alcuna “copertura ufficiale” da parte di Washington, agendo quindi come privato cittadino. Un uomo solo, ancora una volta… forte solo del suo senso di giustizia e per giunta agendo in un contesto difficile come Berlino.

Perché, nel frattempo, nella città il clima si va facendo sempre più teso ed inizia il percorso che porterà alla costruzione del c.d. “muro di Berlino”. Infatti, i movimenti tra il settore orientale di Berlino e quelli occidentali vengono progressivamente limitati (e vietati), soprattutto in uscita dalla parte della città in mano sovietica, ed uno studente americano (Frederic Pryor) viene arrestato dalla polizia segreta della Repubblica Democratica Tedesca (DDR) con l’accusa di essere anch’egli una spia.

Questo è il quadro che si presenta davanti all’avvocato americano all’arrivo in città: due prigionieri diversi, uno in mano sovietica e l’altro in mano dei tedeschi orientali. Interessi diversi: i sovietici, infatti, sperano di rilasciare il pilota americano il più tardi possibile per ottenere informazioni ed i tedeschi che provano invece ad agire in maniera autonoma rispetto ai sovietici e non agevolando il lavoro di Donovan e degli stessi alleati.

Uno scenario inquietante, una vera e propria “patata bollente” che viene lasciata nelle mani di Donovan, che dimostra anche di avere interessi diversi rispetto al governo americano. Infatti, mentre la CIA spinge affinché lui ottenga solo lo scambio con i sovietici (Abel in cambio del pilota), l’avvocato vuole arrivare allo scambio con entrambi i prigionieri americani. E per fare questo dovrà agire in maniera disgiunta, giocando su due tavoli diversi: l’ambasciata sovietica a Berlino Est e la sede della Procura generale della Repubblica Democratica Tedesca.

Questa è la storia descritta nella seconda parte del film, sicuramente più interessante, sotto tutti gli aspetti (anche dal punto di vista delle tecniche di negoziazione). Infatti, Donovan, agendo sulla base del suo mandato (che ondeggia pericolosamente tra l’ufficiale e, soprattutto, il “non ufficiale”), anzi andando oltre quanto richiestogli dalla CIA (visto che stabilisce in proprio alcuni obiettivi), inizia un negoziato molto delicato su tavoli diversi. Sul piano esterno, con il capo del KGB (il servizio di Sicurezza sovietico) in Europa orientale per ottenere il rilascio di Powers e con i tedeschi dell’Est per ottenere il rilascio dello studente, e sul piano interno per persuadere i funzionari della CIA ad agire per ottenere il rilascio di entrambi (e non del solo pilota). E, visto che porta direttamente avanti i negoziati, prende anche decisioni “scomode”, rischiando in proprio, anche per quanto riguarda la sua sicurezza.

Negoziatore o mediatore?

Donovan, applicando anche criteri e tecniche tratti dalla conoscenza del diritto delle assicurazioni, si dimostra un ottimo negoziatore al tempo stesso flessibile e determinato, sempre pronto a cogliere ogni spunto che la situazione gli può offrire (è lui infatti che ha l’idea di inserire nella trattativa anche il rilascio dello studente), alternando calma serafica e sano pragmatismo, mosse integrative e distributive, con l’obiettivo di arrivare ad un grande successo diplomatico. Tuttavia, mai per un tornaconto personale, ma in nome di quel “senso di giustizia” che anima tutta la sua vita. Un eroe sicuramente “per caso”, ma che “non per caso” ottiene grandi risultati.

Ma Donovan si dimostra anche un mediatore “sui generis” perché non si limita ad eseguire il compito assegnatogli dalla CIA (negoziare per riportare a casa il pilota), ma vuole andare oltre, cercando di arrivare al rilascio dello studente. In questo senso, si assume il rischio di fare richieste non concordate, comportandosi da mediatore “valutativo” e facendo proposte che avrebbero portato la questione su un terreno impervio (che chiamano in causa i rapporti tra sovietici e tedeschi dell’Est da un lato e tra lui stesso e la CIA dall’altro). E lui in mezzo, nella scena-madre del film, a dirigere il traffico in due luoghi-simbolo della Guerra Fredda: il Ponte Glienicke (scambio Abel-Powers) ed il Check-Point Charlie (rilascio di Pryor da parte della polizia tedesca).

Alla fine il risultato arriva e sarà talmente importante che l’avvocato sarà successivamente chiamato per intervenire anche in occasioni di altre crisi internazionali (ad es. la crisi con Cuba, che ha fatto seguito al fallimento dell’invasione alla Baia dei Porci e che gli ha permesso di ottenere il rilascio di quasi 1.000 prigionieri). Intervento che, peraltro, ha dato lustro alla sua fama di negoziatore internazionale, celebrata anche dalla biografia di Philip Bigger dal titolo “Negotiator: The Life and Career of James B. Donovan” (2006).

Conclusioni

Un pomeriggio sinceramente “insospettabile”, nel senso che pensavo “soltanto” di andare al cinema a vedere un bel film, di un grande regista e di un grande attore (in entrambi i casi, tra i miei preferiti), su un periodo per me molto significativo della storia del ’900. Ed invece, dico che ho partecipato ad un bel seminario sulla negoziazione, trovato, serendipicamente, un’altra “colonna” nella filmografia dei film sulla gestione delle controversie (al pari, con ogni probabilità, de “Il Negoziatore” e “Thirteen days”).

Il Ponte delle spie è pertanto un film “simbolico” (perché rappresenta nel suo complesso il tema della negoziazione), importante sia per le vicende narrate (molto interessanti rispetto alla storia del ’900), che per le dinamiche negoziali mostrate (che rappresentano una vera e propria best-practice di tecniche di negoziazione). Infine, anche per lo stile personale del protagonista (sempre attento al rispetto dei valori legati alla “persona”). James Donovan… un uomo tutto d’un pezzo, appunto, come solo i grandi negoziatori sanno essere.

Buona visione, quindi… e che sia una visione che ispira…

Stefano Cera: Da piccolo ha visto 2001: Odissea nello spazio e si è addormentato al cinema! Tuttavia, da allora ha sviluppato l’“insana passione” per il grande schermo e soprattutto (una volta diventato formatore) per tutto ciò che questo portava all’apprendimento. Sviluppa le sue attività in aula lavorando con i video ed i film… perché una scena vale davvero più di tante parole. Senior Consultant & Experiential Trainer, Autore di Che film ci mediamo stasera? Ovvero, imparare la risoluzione dei conflitti attraverso i video, in La giustizia sostenibile, (a cura di) M. MARINARO, Aracne, Roma, 2012. Lo trovi sul blog: http://formamediazione.blogspot.it

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“Il Ponte delle Spie” Un film di Steven Spielberg con Tom Hanks, Mark Rylance, Amy Ryan, Alan Alda – Titolo originale “Bridge of spies”. USA 2015

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