Scena sull’apprendimento: ero io che sbagliavo metodo

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Qual è la responsabilità principale di un educatore? Di un trainer? Di un insegnante? Di un capo verso i suoi collaboratori? Che ruolo ha nel loro apprendimento?

Come possiamo contribuire davvero a sostenere le persone nello sviluppo dei loro talenti?

Christian Ferro ha soli vent’anni ed incarna lo stereotipo del talento ribelle: brillante e promettente attaccante dell’AS Roma, si divide tra campo di calcio e notti brave. Sregolato, insofferente alle regole, contro dipendente e a tratti arrogante, ha la presunzione di pensare che il suo riconosciuto talento possa compensare davvero tutte le sue bravate.

Eppure un furto goliardico al Centro Commerciale convince il Presidente della Roma a imporgli la sfida di superare l’esame di maturità. E’ necessaria disciplina per migliorare la sua reputazione e garantire la reputazione della Società … in fondo anche i tifosi non sono davvero disposti a perdonare tutto. Senza impegno nello studio, le domeniche sarà lasciato in panchina! L’ombroso Valerio si occuperà della sua preparazione.

Si susseguono momenti durissimi: Christian è oppositivo, demotivato e il contesto intorno a lui non lo incentiva. Valerio è insofferente e frustrato.

Un tavolo, i libri e il tema della prima Guerra Mondiale.

“Non è difficile, porca miseria, mettici un po’ di impegno. Abbiamo fatto questo tutta la giornata. Basta che leggi e ripeti. Sembra che lo fai apposta.”

Dalle parole di Valerio emerge impotenza e, allo stesso tempo, svalutazione. Leggere e ripetere è, nella sua percezione, un attività semplice: se Christian non ci riesce non può che essere un problema di impegno.

“Dai, famo che so scemo, non mi entra!”

e qui arrivano allo spettatore la rabbia e la fragilità del ragazzo. E se anche a scuola hanno sempre dubitato delle sue capacità, allora sarà davvero “poco capace”. la sua capacità di apprendere non è sufficiente.

Ma come ci spieghiamo l’abilità che invece mostra Christian nel descrivere, attraverso la forma grafica, gli schemi di gioco? E, soprattutto, come se lo spiega Valerio?

Lo ascolta, si ferma e sembra finalmente sospendere il giudizio, fa domande, mostra curiosità e prova a navigare nella mappa del mondo che utilizza il suo allievo. Si pone la domanda che, quando trasmettiamo informazioni e conoscenze, abbiamo la responsabilità di porci anche noi.

Qual è lo stile di apprendimento della persona che ho di fronte? In che modo è necessario che io trasmetta i contenuti?

Con il termine stile di apprendimento ci riferiamo ad un modo tipico e stabile di percepire, elaborare, immagazzinare e recuperare le informazioni (L. Mariani, 2000). Ciascuno di noi, infatti, filtra gli stimoli esterni attraverso i sensi e può usare, in modo privilegiato, un canale piuttosto che un altro di input delle informazioni.

Christian fatica quando utilizza il canale uditivo e non è per nulla favorito dall’ascoltare le minuziose spiegazioni di Valerio. Le parole dell’insegnante assumono poco significato per il ragazzo, generando un circuito di demotivazione. Meno mi percepisco capace e minore è il grado di impegno e di commitment che rivolgo al compito.

Ma, come intuisce Valerio, il “campione” mostra uno stile di apprendimento visivo-non verbale: attraverso le mappe concettuali memorizza le informazioni ed individua con velocità i nessi di causa-effetto tra gli eventi. In questo modo perfino le coalizioni della Prima Guerra Mondiale diventano digeribili. La capacità di Valerio di flessibilizzare il metodo di insegnamento favorisce l’ingenerarsi di un circolo virtuoso: più sono capace e più dedico energie all’attività.

Avremmo bisogno di maestri e leader come Valerio nelle scuole e nelle organizzazioni. Quando qualcosa non funziona, dovremmo vestirci della sua umiltà, scusarci con i nostri allievi e confessare:

“Ero io che sbagliavo metodo!”

Ciascuno di noi, con maggiore o minore consapevolezza, tende invece a riproporre anche agli altri il proprio stile privilegiato e, se qualcuno si perde per strada o rimane indietro, dimentica che il ruolo è facilitare l’apprendimento di tutti, sperimentando strategie customizzate.

“Non ho mai insegnato nulla ai miei studenti; ho solo cercato di metterli nelle condizioni migliori per imparare.” E. Einstein

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2 commenti

  • Dario Tomasella 4 mesi fa

    Perché “strategie customizzate” e non “strategie personalizzate” ? E’ tanto brutta la lingua italiana da doverla per forza inglesizzare? Se una parola inglese esprime un concetto che non ha traduzione in italiano (transistor) posso capire, ma se il concetto ha una parola italiana che lo esprime, perché italianizzare una parola inglese? Dobbiamo proprio mostrarci così SNOB? (Sine NOBilitatis…)

    Rispondi
  • Giusy 4 mesi fa

    Finalmente anche il cinema trasmette un messaggio forte sull’apprendimento scolastico.
    Molti ragazzi, da bambini, non hanno avuto questo imput, pur mostrando la propria difficoltà, e di conseguenza la sofferenza di non essere pari agli altri studenti.
    Io personalmente, ho vissuto questo disagio con mio figlio, i maestri, gli insegnanti di sostegno, i professori, continuavano a insistere sul progetto differenziato, mentre ho fortemente battuto i pugni e alzato la voce sugli obiettivi minimi.
    Scoprii quattro anni fa, che mio figlio comprendeva e memorizzava attraverso le mappe concettuali.
    Oggi ha superato tutti gli scalini difficili ed è arrivato al quarto anno di superiori, segue le lezioni, si fa interrogare per primo, aiuta i suoi compagni.
    Attraverso i film motivazionali, cerca il messaggio quantico, si emoziona, si esprime, sa raccontare tutto il film, commenta le scene che lo hanno colpito e vive consapevole.
    Ha socializzato attraverso le discipline sportive, rispettando regole, tempi, e superando i pregiudizi delle sue difficoltà.
    La danza sportiva inoltre, ha cambiato la modalità della sua timidezza, insicurezza, e la paura di non farcela. Ha cambiato il suo stile di approccio con gli altri, la postura, gli atteggiamenti gentili, ha imparato a coordinare i movimenti in tutto il corpo.
    Questa mia testimonianza, serve a far capire a insegnanti e genitori di non sottovalutare mai le capacità nascoste che hanno i bambini, i ragazzi, gli adulti, perché con tanto amore, pazienza e forza, possiamo insistere e suggerire nuovi stili di apprendimento, ogni individuo è diverso dell’altro, per questo i ragazzi speciali hanno bisogno di elaborare il metodo giusto.
    Grazie Virginio, ti seguo sempre con grande affetto.
    Giusy

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