Scena sul decision making: chi decide?

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Tra le compagnie aeree più pericolose al mondo ci sono quelle del Vietnam, Corea, Indonesia tutti paesi in cui c’è un forte senso dell’obbedienza e indiscussa leadership verticale. In sintesi accadono molti incidenti perché il secondo pilota non ha il coraggio di contraddire le decisioni del primo pilota.  Quest’analisi sembra assurda, eppure, l’incapacità di  ascolto e coinvolgimento responsabile del crew è il primo motivo di incidenti mortali.

Accade anche nelle aziende di tutti i livelli. La maledizione della conoscenza di cui sono vittime Ceo, Manager e posizioni di leadership non lascia spazio al confronto e ad una corretta analisi del rischio. Questa scena tratta dal film “8 amici da salvare” è un esempio brillante di questa dinamica.

“Sul Melbourne? A me nessuno ha detto niente del Melbourne!”

Jerry è piuttosto contrariato. Il Dottor McClaren è arrivato fino in Antartide per “andare sul Monte Melbourne in cerca di meteoriti”. Jerry, guida delle spedizioni ed esperto del territorio, sa che quella non è affatto la stagione adatta, che “è la fine di gennaio, il ghiaccio è troppo sottile” e non è sicuro che i cani “ce la faranno”, piuttosto potrebbero raggiungere senza alcun impedimento le più vicine Dry Valleys.

Andy, il direttore scientifico, minimizza il problema e ribatte:

“Sì, capisco, ma il dottore ha fatto un lungo viaggio e, se possiamo accontentarlo, credo che lo dovremmo fare.”

“Va bene Andy, sei tu il capo, preparo l’attrezzatura!”

È sempre il “capo” a stabilire la decisione giusta da prendere e ad avere l’ultima parola?

La clip vuole invitarci a riflettere su un aspetto in particolare: ascoltare, aprirsi agli altri e sapersi confrontare costruttivamente e responsabilmente in ogni momento decisionale è sempre la scelta più giusta, anche per un leader.

Di qualsiasi ambito si tratti, nella vita come nel lavoro, prendere una decisione è sempre un atto estremamente complesso, che richiede grande responsabilità, capacità di problem solving, lungimiranza, ma, allo stesso tempo, anche tanta umiltà. In ogni organizzazione aziendale, infatti, soprattutto le più grandi realtà, il processo decisionale coinvolge molte e diverse persone di cui il leader ha bisogno di circondarsi per poter decretare qualsiasi cosa.

Se consideriamo che ognuno, con percorsi umani e professionali differenti, in base al proprio vissuto, cultura e mentalità, avrà un proprio punto di vista, allora la complessità sarà ancora maggiore. Eppure non è possibile bypassare tutto ciò, è necessaria l’opinione di molte persone, perché in ogni realtà strutturata e ben organizzata gli aspetti da considerare sono tanti e vari.

Spesso anche il “capo” rischia di prendere la decisione sbagliata, forse perché manchevole di competenze rispetto al problema da risolvere e degli strumenti per poter intervenire, o perché, in merito alla questione da affrontare, non ha maturato negli anni l’esperienza necessaria per poter gestire la situazione e, pertanto, deve avvalersi e “appoggiarsi” alle capacità e know-how ben più salde e mirate di un membro del suo team.

Andy, in quanto direttore scientifico della spedizione, vanta e dispone di un sapere adeguato e “calibrato” sui suoi principali doveri, ma non possiede la conoscenza approfondita, la dimestichezza e la pratica necessaria per dare disposizioni riguardo la spedizione.

Confrontarsi con Jerry e gli altri membri dell’équipe, eseguire insieme, condividendo ognuno il proprio “sapere”, un’analisi del problema, sarebbe stata la strategia più opportuna che gli avrebbe permesso di individuare e minimizzare i rischi e, al contempo, valorizzare i suoi collaboratori.

Quando la situazione rischia di precipitare, il Dottor Davis rinfaccia a Jerry:

“Andy ha detto che il viaggio si poteva fare e lei ha accettato.”

“Andy è il mio capo, io faccio quello che dice.”

“Ma la guida è lei, se pensava che non fosse sicuro non doveva accettare!”

Jerry rispetta l’autorità del suo superiore ed esegue gli ordini, perché Andy è il “capo”. Oggi la classica e dispotica figura del capo che si impone ai dipendenti e non ammette opinioni diverse o defaillance non esiste più. E il personale è molto più competente e specializzato.

Navigando sul web mi sono imbattuto in un articolo di Giorgio Barbetta, VP presso Unicredit che, su Linkedin, scrive così:

“Credo che il manager sia una presenza importante da non escludere a patto che si inizi a ritagliargli una nuova veste, ovvero colui il quale si presta a preparare e coltivare il contesto dove le decisioni vengono prese, non da lui naturalmente, ma da chi ha la competenza e gli skill necessari.”

Con ciò non si vuole intendere che il manager ha perso il suo potere decisionale, quanto, piuttosto, egli sa riconoscere quando è il momento di delegare il processo decisionale agli uomini “sul campo”, stimolando tra essi il dialogo e il confronto, la condivisione di informazioni e l’assunzione di responsabilità da parte di tutti, cosa che è mancata a Jerry per poter “far valere” la sua opinione.

Sapersi relazionare con i “propri uomini” è fondamentale, così come “accogliere” il loro sapere, in quanto la presenza di più persone, con idee diverse, aiuta a cogliere le varie sfumature di un problema complesso e a intraprendere, quindi, un processo decisionale che inquadri e affronti la situazione da più e “più competenti” punti di vista.

E tu, condividi l’atteggiamento di Andy?

Al posto di Jerry, come avresti reagito?

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Scene sul decision making tratte dal film "8 amici da salvare"“8 amici da salvare” (Eight Below) è un film, tratto da un fatto realmente accaduto, del 2006, diretto da Frank Marshall e scritto da David DiGilio, con protagonisti Paul Walker, Bruce Greenwood, Moon Bloodgood ed otto cani da slitta.

 

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