Scena sull’empatia: Empatia senza motivo?

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Di Virginio De Maio

C’è un momento in questa scena che vale l’intero film. Lo sguardo di Stu mentre osserva il padre regalare lo zucchero filato ai due bambini. E’ chiaro che si sta chiedendo: come si può porgere l’altra guancia?

Stu: Guarda che sono loro quelli che mi hanno picchiato!
Stephen: Lo so chi sono, figliolo.
Stu: Allora perché gli hai dato lo zucchero filato di mamma e Lidia? 
Stephen: Perché avevano l’aria di chi non riceve un regalo da parecchio.

Calarsi nei panni degli altri è una qualità che ho sempre apprezzato nelle persone. Purtroppo molti  pensano che riuscirci sia una questione di tecnica. Così frequentano i corsi che insegnano il “rispecchiamento”, oppure “l’ascolto attivo” e durante la prima settimana sembrano piccoli Buddha scesi in terra, dalla seconda settimana in poi tutti ripiegano su “occhio per occhio, dente per dente”.

Peccato che “l’empatia” non è il prodotto di una tecnica, e nemmeno dell’adulazione, ma del profondo rispetto per l’esperienza altrui, soprattutto quando questa è completamente diversa dalla nostra. Si tratta di regalare qualcosa a persone che fino a due minuti fa si stavano prendendo gioco di te, voltarsi velocemente come ha fatto Stephen e andarsene senza aspettarsi nulla in cambio.

Tra le file dei miei colleghi formatori c’è chi sostiene che la ricerca dell’empatia debba essere finalizzata al raggiungimento di un obiettivo comunicativo. Poi c’è anche chi sostiene che il vero leader lo riconosci da come tratta le persone di livello inferiore nella scala gerarchica. In quel caso, libero dall’adulazione e dagli obiettivi, il vero leader viene fuori grazie alla sua capacità di empatizzare.

Dunque per provare “empatia” non abbiamo necessariamente bisogno di un obiettivo, se non uno più grande, collettivo e sistemico. Quello di costruire una società empatica, dove la mondanità è scandita da piccoli gesti di persone normali che si immedesimano gli uni negli altri per capirsi, sostenersi e alla fine elevarsi come comunità.

Forse è questo che ci manca davvero.

Riguardando la scena, mi sono chiesto:

Nella mia famiglia a chi dovrei regalare lo zucchero filato?

E nel mio ambiente di lavoro?

Per vivere empaticamente è necessario sposare un atteggiamento mentale consapevole. Si tratta di “sospendere se stessi” e dare voce agli altri, per poi ritornare in se stessi con una visione differente. Sappiamo bene quale sforzo è necessario perché questo avvenga, tant’è che gli indiani d’America dicevano:
Prima di giudicare cammina nei suoi mocassini per tre lune.

Dunque è inutile voler trovare una risposta razionale alla domanda “perché porgere l’altra guancia?”, perché la risposta è solo emotiva ed emerge dall’immedesimazione, dalla comprensione della sofferenza e dall’amore che è in ognuno di noi.

Come diceva Nietzsche: Tutto ciò che è fatto per amore è sempre al di là del bene e del male.

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“…se caso mai non vi rivedessi…
  
buon pomeriggio, buona sera e buona notte!”…
 

(The Truman Show)

Virginio

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